Quando la retorica della storia "ufficiale" entra in contrasto con la realtà dei comportamenti umani

Un episodio significativo di guerra conferma questa discrepanza

Sono molti gli eventi storici di notevole rilevanza che presentano evidenti contaminazioni retoriche deformanti o faziose e, nella stragrande maggioranza dei casi, questi si concentrano nel secolo diciannovesimo e ventesimo.

Tuttavia, la “contaminazione retorica” non sempre ha l’intenzione di attenuare o di giustificare la portata oggettiva degli eventi che hanno avuto una genesi complessa, ma può essere il risultato dell’inevitabile componente emotiva degli autori, coinvolti dalla suggestione creata dalla drammaticità o della grandiosità degli eventi stessi.

In ogni caso non ignoriamo la possibilità dell’eventuale presenza della componente intenzionale revisionista, che però emerge in modo percepibile ed evidente.

Quanto sopra esposto è necessario per introdurre la tematica della “rivisitazione” critica di un episodio della Seconda Guerra Mondiale e che riguarda la drammatica e gigantesca battaglia di El Alamein [(1a battaglia 1° luglio - 27 luglio 1942) – (2a battaglia 23 ottobre – 4 novembre 1942)].

In un articolo di Storia Illustrata, del lontano aprile 1990, viene riportato un fatto curioso e sorprendente che riguarda gli aspetti comportamentali dei combattenti che rivelano i veri ed autentici sentimenti del dramma e delle paure, in quanto coinvolti in prima persona in questa spaventosa carneficina.

In pratica la “confessione” del protagonista è la fotografia impietosa di una cruda realtà antropologica, che scardina definitivamente ogni tentativo retorico di “mascherare” una comprensibile debolezza umana in una versione di comodo rappresentata come un atto eroico.

Ritorniamo agli antefatti: fra il 14 e il 15 luglio 1942 le truppe del feldmaresciallo Erwin Rommel, sostenute anche dall’artiglieria italiana, tentarono per la prima volta di raggiungere la piccola stazione ferroviaria di El Alamein. Furono respinte da un poderoso e prolungato contrattacco britannico e il fronte si stabilizzò in una linea di contatto incerta e mobile.

A Pieve S. Stefano (Comune della Provincia di Arezzo) esiste l’Archivio Diaristico Nazionale che raccoglie, tra altri vari documenti, i diari e le testimonianze delle esperienze vissute, nei diversi contesti di guerra, dei combattenti coinvolti in questi eventi.

L’episodio significativo è quello relativo alla memoria scritta di Girolamo Camagni, richiamato alle armi come tenente di fanteria, che descrive le prime fasi della battaglia, caratterizzate dai bombardamenti devastanti, tra cui uno più intenso del solito, che martellerà le posizioni italiane scompaginandole.

Dopo il fallimento dell’attacco, correrà vagando per il deserto, probabilmente frastornato e inebetito dal trauma causato dalla violenza del bombardamento, come ogni uomo potrebbe fare in quelle terribili condizioni.

Nel suo diario, comunque, non si parla di “ritirata”, ma eufemisticamente di “spostamenti”.

Girolamo Camagni dimostra di aver ceduto psicologicamente con la fuga istintiva e momentanea. Tuttavia, ricostruisce la sua fuga senza infingimenti, con l’onestà di chi si vergogna di aver abbandonato i suoi soldati, ma ha il coraggio di dirlo e ancor più di ammetterlo. Tanto più in quanto poi, tornato al suo posto di combattimento, troverà la sua “buca” centrata in pieno da una bomba che l’ha devastata.

Le “buche”, scavate nella sabbia del deserto, sono gli unici improvvisati rifugi che offrono una modesta protezione per la sopravvivenza. In ogni caso si configurano come un costante e desiderato riferimento protettivo, che si ripete come un incontenibile richiamo nel racconto. Stessa angosciante “ripetizione” è quella che si associa ai terrificanti tonfi ed esplosioni delle bombe sulla sabbia e sulle rocce del deserto.

Il protagonista del racconto che segue, tenente Girolamo Camagni, al tempo di questa spaventosa avventura, aveva 32 anni, era già sposato e padre di due figli. Questa notazione è importante per comprendere meglio la psicologia del personaggio in questione.

“… Nella terra di nessuno …”

“…Durante la notte fra il 14 e il 15 luglio c’era stato un certo trambusto davanti alle nostre linee. I genieri avevano tolto le mine anticarro (…). Questo faceva presagire una imminente azione nostra o dei tedeschi a noi affiancati (…). Appena giorno, le nostre artiglierie e, soprattutto, le tedesche si risvegliarono (…). Fra il tiro rapido degli ’88, si udivano anche rari e sordi boati dei nostri ‘149, segno evidente che il corpo di armata prendeva parte all’operazione. (…) - Poi, improvvisamente, alle nostre spalle un grande polverone e il caratteristico sferragliamento dei carri armati. Un gruppo di questi avanzava, in ordine sparso, con le armi puntate verso la linea del fronte.

Obiettivo doveva essere un basso fabbricato, che appena si intravedeva all’orizzonte polveroso del deserto, segnalato nelle carte militari come El Alamein, una piccola stazione ferroviaria (…). In primo luogo dovevamo impedire che l’ondata amica travolgesse il nostro mimetizzato piccolo caposaldo. All’uopo, in cima ai moschetti, sventolavamo indumenti vari per segnalare la presenza delle nostre piazzuole e buche. (…).

I carri armati proseguirono, sfiorando le nostre buche verso la loro già menzionata meta; ma ecco che altrettanto improvvisamente si scatenò la reazione nemica, prima con tiri di controbatteria, quindi con rapidissimo fuoco di sbarramento contro i mezzi corazzati avanzanti.

Purtroppo molti di quei colpi finirono fra le nostre buche sfiorandone i margini. (…) Dopo diverse ore di combattimento, quando già si notava oltre la piccola stazione un movimento di carri armati nemici, gli attaccanti incominciarono a ripiegare. (…). A 50 metri dalla mia buca erano state ammassate molte mine raccolte la notte precedente; il cumulo era stato anche verniciato di bianco, ma per le ombre del crepuscolo uno dei più pesanti carri andò proprio a sbattervi sopra. Un tremendo boato sconquassò la terra, fece sobbalzare il mezzo, aprendo una voragine che lo seminterrò.

Fu così che il mio rifugio, forse per un piccolo errore di calcolo nel tiro, diventò per l’intera nottata il bersaglio di una batteria, che evidentemente aveva avuto l’ordine di distruggere quel possibile punto di osservazione corazzato fra due linee (…). Mi ricordai della sorte toccata al precedente comandante della mia compagnia capitano Maestri di Perugia, centrato nel suo rifugio mentre si apprestava ad uscire per un attacco, e rabbrividii. (…). Ero da poco rientrato nel mio “appartamento”, quando mi rintronò nel capo un colpo così forte e nello stesso tempo così sordo da farmi quasi perdere conoscenza (…).

Mi resi subito conto che la mia buca era stata sfiorata da un proiettile a pochi palmi dalla mia testa (…) altra esplosione accecante, altra ruina, questa volta dalla parte dei piedi; più acuto l’odore di polvere. (…). Saltai fuori da quel rifugio che ormai non era più tale, con la ferma volontà di salvarmi (…).

Seguitai a correre per allontanarmi il più possibile da quell’ovulo di tiro., ormai unico battuto in tutto il fronte. (…). Ricominciai a udire il sibilo dei proiettili segno evidente che ormai ero fuori dal punto di esplosione, ma non tanto lontano da non entrare nel cono rovesciato formato dalle schegge, per cui mi gettavo a terra sovente, poi riprendevo la corsa.

In uno di quei tuffi mi trovai col petto sopra una mina anticarro. Trasalii al pensiero di volare sbriciolato nel cielo buio. Decisi allora di camminare più guardingo e di orientarmi con le stelle (…). Camminavo dunque parallelo al fronte nella cosiddetta terra di nessuno, non più correndo.

Alle mie spalle, ormai lontano, si udivano e si vedevano ancora quelle esplosioni che avevano determinato la mia fuga. (…). Quei colpi lontani mi richiamarono al senso dell’onore e della solidarietà. (…).

Io ero fuggito dal luogo che avrei dovuto difendere; avevo abbandonato i miei soldati tanto fiduciosi in me da avermi seguito sotto il fuoco nemico a Halem Amsa, a Tobruk, a Marsa Matruh e più volte in questo stesso fronte di El Alamein. Io ero al sicuro, mentre essi erano ancora sotto il massimo pericolo …”.

Evidenziamo che questa narrazione personale, che resta una sincera confessione postuma di un comportamento poco edificante, ma con una giustificazione antropologica, non inficia il senso della storia complessiva, cioè la Storia Maggiore, in cui si inserisce l’evento della battaglia di El Alamein e in generale di altri grandi eventi militari che hanno condizionato la politica dei governi.

Tuttavia, la narrativa storica ufficiale ha sempre tenuto ai margini la narrazione di questi eventi personali, confinandoli in un’aneddotica inaffidabile e fantasiosa per timore di dare spazio per una critica che avrebbe potuto rivelarsi contestatrice della cultura e del potere dominante.

Pertanto, questa operazione di “smacchiatura” mirata ha sempre dovuto ricorrere all’utilizzo della “retorica” che, edulcorando e ingigantendo gli eventi, cancellava le debolezze, i momenti di panico, di vigliaccherie e le incapacità umane che costituivano una realtà sgradita e compromettente.

In fondo la “retorica” è sempre stato uno strumento utile al potere dominante in grado di “bonificare e cancellare” le insufficienze, le meschinità delle strutture portanti del potere stesso, assolvendo e premiando coloro che avrebbero dovuto rispondere di queste gravi manchevolezze.

Inevitabilmente si pone una domanda curiosa e provocatoria: se potessimo eliminare la “retorica” da tutte le occasioni in cui questa si è radicata in modo condizionante, quale sorpresa e disorientamento potremmo provare nel leggere la “riscrittura depurata” della Storia che da sempre ci hanno insegnato?

Per l’eventuale gradita risposta, che pensiamo sia molto impegnativa e che richieda tempo, non mettiamo urgenza.

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Articolo pubblicato il 26/09/2022