Gli aiuti all’Ucraina dimenticata - 17 / 25 settembre 2022
Dominvka: scie dei missili ucraini verso postazioni russe

Reportage del fotografo torinese Claudio Cravero

Il fotografo torinese Claudio Cravero ha messo a nostra disposizione la vissuta documentazione di una missione per la consegna in Ucraina di cibo, medicinali e giocattoli, raccolti dalla Comunità SILOE di Cavagnolo Piemonte e dalla Casa della Speranza di Castiglione Torinese, che si è svolta nel giugno di quest’anno. Riportiamo ora il suo resoconto di una seconda missione, illustrato dalle sue foto in bianco e nero, ringraziandolo per la collaborazione (m.j.).

 

Dopo mesi di conflitto, la guerra in Ucraina ci appare tragicamente normale, un brusio di sottofondo che ci preoccupa ma non ci smuove più come prima. Questa diversa percezione, unita alla situazione d’incertezza che stiamo vivendo, ha frenato notevolmente le donazioni verso l’Ucraina, proprio adesso che ce ne sarebbe ancora più bisogno. Oggi la sofferenza del popolo ucraino non riguarda soltanto gli sfollati e chi combatte, ma anche le famiglie indigenti non direttamente coinvolte nella guerra, sempre più povere e più dimenticate, come accade nella regione di Cernivci a cinquanta chilometri dal confine rumeno. 

Con le mie fotografie e con poche parole, desidero raccontarvi questa realtà e documentare come i nostri aiuti possano sostenere e dare speranza a tante persone che stanno combattendo, in modi diversi, per sopravvivere. Seguitemi nel viaggio.

Sabato 17 settembre, ore 18:00, Romano di Lombardia (Bergamo). Due furgoni stipati fino all’inverosimile sono pronti per fare migliaia di chilometri e mi sto preparando, insieme ai miei compagni di viaggio, a ritornare in Ucraina come fotografo volontario e per consegnare cibo, medicinali, vestiti e giocattoli raccolti dalla Comunità SILOE di Cavagnolo Piemonte e dalla Casa della Speranza di Castiglione Torinese. Aiuti che arriveranno a destinazione anche grazie alla preziosa attività di volontariato svolta da Lesia Kozak, ucraina, che ha creato un centro di raccolta nel magazzino del marito, proprio qui, a Romano di Lombardia.

Siamo appena partiti e c’è una bella atmosfera. Tutti i membri dell’equipaggio hanno alle spalle diversi viaggi umanitari: oltre a Lesia, c’è Michele Marra del Corpo dei Vigili del Fuoco Volontari e poi ci sono Mimmo e Diego Monopoli. Da ciascuno, c’è molto da imparare.

Dopo aver attraversato la Slovenia e oltrepassato, non senza difficoltà, la frontiera ungherese a Beregsuràny arriviamo finalmente in Ucraina verso l’una di notte di lunedì 19 settembre. Trenta ore di viaggio e 1.700 km percorsi si fanno sentire, ma siamo felici di essere giunti a destinazione a Cernivci. Ad accoglierci con i loro sorrisi sono i genitori di Lesia, che ci daranno ospitalità per tutta la settimana facendoci sentire come in famiglia.   

La mattina seguente, di buon’ora, iniziamo a consegnare gli aiuti partendo dalla scuola elementare e media della città. A guidarci è la direttrice Halina Abramiuk, ex professoressa di Lesia, che ci mostra il bunker in cui i bambini possono trovare rifugio in caso di pericolo; un luogo che può accogliere fino a 150/200 ragazzi, utilizzato anche come mensa.

All’uscita ci imbattiamo in un gruppo di alunni che si stanno esercitando in una movimentata coreografia per le Olimpiadi Scolastiche, aiutati dal professore.

Nel pomeriggio depositiamo temporaneamente tutto il materiale nel centro di raccolta di Dimitri, amico di Lesia e carichiamo 220 pacchi di beni alimentari di prima necessità dal 6 kg l’uno su un solo furgone, pronti a consegnarli nel sud del paese dove scarseggianosempre di più.  

Alle ore 20.00 ripartiamo e viaggiamo di nuovo tutta la notte per raggiungere territori più vicini al fronte di guerra e consegnare i nostri aiuti. Superati diversi posti di blocco e percorsi oltre 600 chilometri, giungiamo verso le 11.00 del mattino successivo a Domanivka, un piccolo centro a 100 km da Mykolaiv, città avamposto sulla linea del fronte meridionale ucraino, bombardata e devastata da sette mesi di incessanti aggressioni russe.

Sono passate soltanto due settimane dalla riconquista di Domanivka da parte dei militari ucraini che, dopo averla liberata, la presidiano temendo nuovi attacchi. La piccola cittadina presenta i segni evidenti di una guerra ancora vicinissima. Ce lo confermano subito alcuni missili che vediamo sfrecciare e sibilare sulle nostre teste lanciati, poco distanti da noi, in direzione delle postazioni russe.

Passiamo di fronte ad un edificio bombardato dai russi poche ore prima e ne vediamo molti altri distrutti, accompagnati in questo triste cammino da alcuni giovani militari volontari, Jacho, Alexander e Sherlock. Senza indugiare e con la massima attenzione, consegniamo i pacchi alimentari che saranno distribuiti in giornata alle famiglie rifugiate nelle città aggredite. A questo punto, occorre uscire velocemente dalla città, ci dicono i militari, per il pericolo di un’imminente controffensiva russa che potrebbe individuare e colpire la postazione mobile da cui sono partiti i missili, piuttosto vicino a noi.

Prima di allontanarci, scambiamo ancora qualche parola con un giovane che è un esempio per tutti noi. Il suo nome è Ernest, 31 anni volontario civile, tornato fin qui dalla Polonia - dove lavorava - per essere utile al suo Paese. Allo scoppio della guerra ha fatto da mediatore con i rifugiati ucraini in Polonia per aiutarli con la lingua e a trovare una sistemazione. E poi, con altri sei amici, ha fondato l’associazione “Gli angeli della vita” per chiedere e organizzare aiuti per i suoi connazionali.

Sulla via del ritorno, vicino a Liubashivka, incontro Natalia, che lavora presso una pompa di benzina e parla benissimo l’italiano. Scopro che ha lavorato per otto anni a Sarno (Salerno), dove raccoglieva carote per una grande azienda mentre il marito faceva il muratore.

Dalle sue parole traspare una grande riconoscenza verso gli italiani. Un giorno, infatti, il marito si infortunò sul lavoro cadendo da un ponteggio alto 15 metri e i suoi titolari gli furono molto vicini nel periodo difficile dell’operazione e della riabilitazione, provvedendo anche all’acquisto dei medicinali. Entrambi a quel tempo non avevano ancora ottenuto il permesso di soggiorno. Dal 2011, Natalia e il marito sono tornati a vivere e a lavorare in Ucraina, ma portano sempre l’Italia nel cuore.

I giorni successivi ci dedichiamo a tempo pieno alla distribuzione dei beni di sostegno alle famiglie più povere, a cui non arrivano più aiuti perché destinati principalmente agli sfollati, ai reduci e a chi vive in guerra. Ma anche qui si combatte, per sopravvivere alla povertà e, tra qualche mese, anche al freddo dell’inverno.

Questo è il mio secondo viaggio umanitario in Ucraina e una delle cose più belle è rivedere gli amici conosciuti qualche mese prima, tra cui i poliziotti locali Vova e Mykhailo che ci accompagnano in molte visite.

Ritrovo così la babuska Nina, una nonna di 70 anni con 7 nipoti. Emozionati e commossi ci riabbracciamo e lei mi mostra con orgoglio la cucina che sta facendo rifare con una piccola donazione della volta scorsa. Sembra impossibile, ma sta affrontando i lavori di ristrutturazione con l’equivalente del costo di una cena al ristorante in Italia!

Posso riabbracciare anche Anna e suo marito, che ora ha trovato lavoro come muratore, fuggiti insieme ai loro cinque figli da Donesk assediato e ospitati in un ex asilo, che oggi accoglie diverse famiglie di sfollati dalle zone occupate.

E come dimenticare la babuska Alexandra, donna forte e gentile di 67 anni che si prende cura, da sola, di cinque nipotine perché la mamma lavora e raccoglie frutta in Polonia. Rivedo anche Lilia, abbandonata dal marito ancor prima della guerra, con i suoi otto figli dai 2 ai 13 anni che dormono tutti insieme in un’unica stanza. E poi ritrovo Cristina che ha sette figli dai 2 ai 12 anni, ma ora fortunatamente il marito lavora come fattorino.

Incontro Natascia e Nicolaj che hanno cinque figlie femmine e due maschi, uno dei quali soffre di gravi problemi di salute e deve essere assistito 24h su 24 da suo padre; conosco anche Nina e suo marito Ivan che faceva l’autista ma ha perso il lavoro a causa della guerra e hanno cinque figli tra i 5 e 16 anni da crescere. Infine, incontro Valentina e il marito Georgy che soffre di alcolismo.

A tutti loro consegniamo alimenti, medicinali, giocattoli e vestiti invernali.

Il giorno successivo ho potuto conoscere, grazie a Lesia, una persona straordinaria a cui va tutta la mia stima: il dott. Vassili, specializzato in endoscopia. Quest’uomo ogni giorno, dopo un lungo turno di lavoro in ospedale, si occupa da solo della gestione di un deposito di medicinali per gli aiuti umanitari. 

Dopo soli tre giorni dallo scoppio della guerra, il dott. Vassili, insieme ad altri dottori, ha creato tre centri di attività medica: un centro per preparare i kit di primo pronto soccorso per i soldati (circa 2.300 kit che costano 500,00 $ cadauno, consegnati fino ad oggi), un altro per raccogliere i feriti da trasferire poi negli ospedali e infine il centro/deposito dove gestisce la raccolta dei medicinali da smistare ai militari e ai civili che ne fanno richiesta in accordo con i medici di famiglia. Medicinali che acquista, risparmiando tantissimo, direttamente dalle case farmaceutiche e dai produttori grazie alle donazioni di molti privati ucraini (circa 100.000 $ raccolti fino ad oggi), che contribuiscono con piccole e grandi offerte a cui il dott. Vassili invia poi gli scontrini per dimostrare il corrispettivo acquisto fatto con il loro denaro.

L’ultimo giorno del nostro viaggio è arrivato: lo trascorriamo facendo visita ad un ospedale militare. Qui conosciamo il dott. Volodemer di 31 anni, ortopedico e traumatologo che, insieme a una quarantina di dottori, ospita veterani e reduci dalle zone di guerra, oggi più di un centinaio rispetto agli 80 posti letto ordinari.

Il ritorno a casa è lungo e faticoso, un rientro con la tristezza nel cuore per tutto quello che resterebbe ancora da fare e per tutte le persone che avrebbero bisogno di un aiuto in più. Torniamo in Italia, verso il nostro territorio tranquillo e accogliente lasciandoci alle spalle una realtà fatta di pericoli e di povertà che vorrei non esistesse, ma dove vivono persone coraggiose che operano in silenzio per dare dignità e conforto a chi ha perso quasi tutto.

Sebbene in Italia ci siano diversi problemi e il futuro appaia incerto, non possiamo dimenticarci dell’orrore e della miseria che si stanno moltiplicando in Ucraina e nelle altre 59 zone di guerra sparse in tutto il mondo, secondo i dati riportati dalla Ong Acled - Armed conflict location & event data project, specializzata nella raccolta, nell’analisi e nella mappatura dei conflitti.

Sarebbe bello che ciascuno, secondo la propria possibilità, desse il proprio contributo unendosi ai 7 milioni di volontari praticanti in Italia. Persone comuni che hanno capito il valore immenso di ogni donazione, anche la più piccola.

 

Quello che noi facciamo è solo una goccia nell'oceano,

ma se non lo facessimo l'oceano avrebbe una goccia in meno

Madre Teresa di Calcutta

www.italianonprofit.it

Claudio Cravero

 

Un grande ringraziamento va a tutte le persone che, con le loro donazioni, ci hanno permesso di realizzare questo viaggio e alle aziende che ci hanno sostenuto: CASTAGNO Bruno con la pasta biologica, ETAFELT con i pennarelli e SALES con la carta per scrivere. Il nostro grazie fa da eco a un GRAZIE ancora più grande: quello della popolazione Ucraina, che non dimentica. 

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Articolo pubblicato il 18/10/2022