Le Virtù i pilastri della morale

Un contributo del Prof. Antonio Binni Gran Maestro Emerito della GLDI - Prima Parte

Vizio. Virtù. Vocaboli ambedue dalla radice etimologica Vis intesa come forza, energia, potere violento causativo di un percorso della umana esistenza che conduce a esiti opposti.

 

       Nella letteratura il tema del vizio affascina molto di più di quello della virtù. Forse perché la virtù, da ormai molti anni, non è purtroppo più praticata. O forse perché il bene non fa più notizia. Di talché non è più spendibile specialmente nella pubblicistica. Nel corso di questi ultimi anni è dato infatti riscontrare una significativa sproporzione fra i testi dedicati al vizio rispetto a quelli incentrati sulla virtù.  Talmente scarsi da non superare le dita di una mano. Quanto a questi ultimi si riducono poi tutti a un commento alla trattazione dell'argomento - virtù - compiuta da Tommaso, per certo, la più completa e profonda che, come è noto, integra in una prospettiva teologale le acute analisi compiute da Aristotele. Per questo, nel presente scritto, si risentirà spesso l'eco del pensiero di entrambi questi sommi filosofi. A principiare dallo stesso concetto di virtù, che è scienza. Altrimenti, come ha lasciato scritto il fondatore del Liceo (335a. C.), non sarebbe insegnabile.

       Secondo Aristotele, ripreso sul punto da Tommaso (Sum. Teol. I-II q. 58, n. 3), la virtù è un abito positivo. Da intendersi, però, non come una abitudine, quanto, invece, come una seconda natura, frutto di un'attenta formazione del carattere, oltre che di conoscenza, che consente di agire bene in modo costante, non causale o fortuito. Un singolo atto cattivo non distrugge infatti la virtù. Né una buona azione è sufficiente a smantellare un vizio. Allo stesso modo, una sola azione buona non rende virtuosi, così come una rondine non fa primavera, per riprendere il felice esempio di Aristotele (che può leggersi nella Etica Nicomachea, 1098a, 19).

 

        Come insegnava la riflessione etica classica, e pure quella cristiana, non può esserci azione virtuosa senza passioni. Il che, prima facie, può anche stupire. Senza però fondamento. La parola «passione», che deriva dal greco pathos e dal latino pati, indica infatti «qualcosa che si subisce», un impulso e una energia che si ricevono da un altro, che superano la razionalità. Quanto dire altrimenti una autentica coazione, nata dalla sensibilità, moto dell'anima, che supera la natura egoistica dell'uomo. E questo perché l'esercizio della virtù richiede sempre un sacrificio contro la propria natura. Piccolo o grande che sia. Donde la capacità di soffrire ciò che pesa. E, nello stesso tempo, la passione per superare la difficoltà originata dalla necessità di contrastare il proprio istinto egoistico conservatore. Da cui, appunto, la conclusione secondo la quale non vi può essere azione virtuosa senza passione, intesa appunto come energia per il bene.

 

       Nel corso della modernità - lo si deve ricordare per completezza di quadro -  è emerso un forte contrasto nei confronti delle passioni e, in particolare, della passione fonte dell'azione virtuosa. Da qui, ad esempio, il tentativo di elaborare un approccio matematico a ogni realtà umana, teorizzando un etica geometrica. Così dal mio amato Spinoza. Anche se l'esclusione radicale di ogni moto passionale, da contrastarsi con ferma determinazione, può poi leggersi  in Kant, che, testualmente, scrive: "Essere soggetti a emozioni e passioni è ben sempre una malattia dell'animo, perché ambedue escludono il dominio della ragione" (così, in Antropologia pragmatica, Bari, Laterza, 1933, par. 73,141). Prospettazione, dalla quale ci permettiamo rispettosamente di dissentire perché l'approccio dualistico all'essere umano, diviso fra ragione e passioni, si rivela molto astratto, oltreché incapace di rendere conto dell'effettivo modo di procedere dell'intelligenza umana, che offre sorprese. Così, l’ira, che costituisce sicuramente un vizio, può rivelarsi invece un moto passionale dell'animo molto positivo quando, ad esempio, è volontariamente suscitata per compiere la giustizia. Tale è l'ira di Gesù descritta in Gv 2. Oppure l'odio, vizio terribile, che diventa invece un elemento del tutto positivo quando viene sistematicamente coltivato e instillato per combattere il nemico che compie sistematiche violazioni dei diritti umani. Dai cui, in via conclusiva, che, a nostro giudizio, deve mantenersi ferma la tesi della filosofia antica secondo la quale non può esservi azione virtuosa, senza passione.

 

 

       In altre occasioni, abbiamo trattato le principali virtù. Abbiamo iniziato con l'analisi della prudenza (Officinae del 22/05/2022), per approfondire, poi, in ordine cronologico, la speranza (in Officinae del 10/10/2021), la giustizia (in Officinae del 30/10/2021), la fortezza (in Officinae del 27/11/2021), la temperanza (in Officinae del 02/04/2022), l’umiltà (in Officinae del 22/05/2022). Vorremmo ora chiarire perché consideriamo le virtù i pilastri della vita morale e, perciò, della vita buona.

 

       Al proposito, nulla ci pare più illuminante e significativo di quanto ci accingiamo a scrivere considerato che le differenti facoltà dell'uomo trovano il loro perfezionamento proprio nelle rispettive virtù, architravi di una autentica vita morale.

      

       Valga allora il vero.

 

Fine prima parte

 

 

 

FOTOGRAFIE GIANCARLO GUERRERI

 

 

 

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Articolo pubblicato il 14/11/2022