Né colpa, né peccato, ma solo possibili esperienze, complete o da completare, che fanno parte di un processo in divenire in cui non c’è mai nulla di sbagliato, perché il destino delle cose è chiaro, mentre non lo è il modo in cui esso si compie.

Infatti al destino non si sfugge, ma non è detto che la strada per arrivarci non possa essere cambiata.

Quanto segue si riferisce all’incontro n° 66 del 07.12.2021 che è stato suddiviso in 9 articoli. Questo è il n°8.

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Siamo sempre più immersi nelle contraddizioni, nei confronti, nei conflitti verso tutto e tutti ma ci rifugiamo testardamente al riparo di una presunta certezza: qualcosa non va bene perché sono gli altri a non andare bene. E quindi questo stato di cose può cambiare solo se gli altri cambiano. Dimenticando però che gli altri degli altri siamo noi. E quindi tra gli altri che non vogliono cambiare ci siamo anche noi. Proprio così!

 

Fondamentalmente siamo noi a non volere un cambiamento di stato, preferendo infine stare, ancora e sempre, nel nostro brodo. Vogliamo risolvercela così, cambiando senza cambiare.

 

Ma se lo scopo è l’evoluzione perché è così difficile evolversi?

 

No di certo! Non è così difficile. Hai ragione, l’evoluzione è la strada che l’umanità sta già percorrendo. Nel modo in cui tutti vediamo, con tutte le sue contraddizioni, tempi e modi. Ci metterà tutto il tempo necessario, miliardi di miliardi di secoli. Ma non per qualcuno al suo interno, pionieri tra coloro che sentono il bisogno di abbreviare i tempi di quel processo, pionieri a cui è affidato il compito di precedere l’umanità per agevolarne il cammino. Sono coloro che vanno in avanscoperta, trovano il terreno adatto e preparano le condizioni perché ciò possa avvenire nel migliore dei modi possibili. E poi man mano arriveranno tutti gli altri per costruire una comunità e una città. Bene, le persone che ascoltano queste cose o hanno interesse in queste cose sono i pionieri, semplicemente. E a loro toccherà tutto ciò che un pioniere incontra, sopporta, risolve, costruisce, prepara per sé e per quelli che verranno. Dovrà disboscare una foresta (di ignoranza e pregiudizi) se la incontrerà, costruire ponti su fiumi che ostacoleranno il cammino, arerà o preparerà il terreno dove serve perché si possa seminare ciò che nascerà per sfamare (in ogni senso), oltre a sé stesso, anche chi arriverà, incanalare o deviare un flusso d’acqua dove serve e così via. Ma anche patirne le conseguenze se avviene un’eruzione vulcanica, un’inondazione, una siccità o un’epidemia (anche solo metaforica) di eventi avversi, sostenuti, magari, da chi non vuole cambiare condizione. Mentre chi seguirà la strada aperta dai pionieri arriverà più facilmente nel luogo designato e si adatterà più facilmente alle nuove condizioni di vita. In questo non siamo diversi dagli animali. Mandano avanti qualcuno di loro perché assaggi una nuova pianta o frutto per verificare che sia commestibile. E nessuno di loro si dispiace (nel modo emozionalmente speculativo che è proprio agli umani) se uno muore nel assolvere tale compito, né lui (che ha assolto il compito che gli è stato assegnato) né chi rimane (che ne gode gli effetti) così come è necessario che sia, secondo le leggi naturali. Il bene e il male apparenti si generano mutuamente per il bene di tutti. È vero, l’evoluzione porterà qualsiasi cosa ad evolvere: anche la roccia arriverà al livello umano e proseguirà il suo cammino in chissà quale forma, però secondo tempi e modi per noi ancora inconcepibili (non si tratta infatti di un processo antropomorfo a tutti i costi). In questo momento ci stiamo riferendo in modo particolare alla vita nel suo aspetto manifestato attraverso il genere umano così come ci sembra di conoscerlo. Stiamo considerando in modo speciale ciò che accade o può accadere nel breve volgere di una vita umana in cui può manifestarsi totalmente ciò che per l’umanità in generale potrà accadere nel corso di milioni di anni e più. E anche per tutto ciò che esiste fuori da essa, riflesso da essa o in essa, in qualunque modo si presenti. Concentrato in soli 80/100 anni o meno. Compreso e realizzato. Stiamo riferendoci a qualcosa di ben diverso da ciò che sperimentiamo sulla ruota, in un suo giro tra i tanti. Ben diverso e con un prezzo diverso. Infatti non sono così tanti quelli che accettano tale compito, o anche solo prendono in considerazione tale opportunità. Non è qualcosa che può essere fatto troppo a cuor leggero, come una gita turistica in un’altra dimensione. Infatti si dice che, di solito, questa opportunità si presenti solo due volte nell’arco di ogni vita e quasi tutti, la prima volta che viene loro proposta, garbatamente rifiutano (perché hanno altro di più importante da fare, perché non se la sentono ancora oppure semplicemente sperano di cavarsela diversamente). Quando giunge la seconda chiamata la domanda diventa più esplicita e categorica: vuoi ancora continuare a giocare, perdendoti definitivamente, oppure vuoi cominciare a fare seriamente ciò che ti spetta? Diciamo che posta in tali termini (anche se non si tratta sempre di un aut aut) si può ben comprendere che è giunta l’ora di una decisione radicale senza cincischiamenti. Una decisione che non si può più evitare e che richiede di accettarne tutte le conseguenze. Coscientemente! In questo caso si manifesta il libero arbitrio, in questo caso viene dato un istante di comprensione globale nel quale tutto l’intero essere comprende e sulla base di tale comprensione può fare una scelta veramente libera, almeno una volta. Accettando o meno che quella cosa, sentita per un breve istante, possa diventare una condizione stabile, duratura per proseguire il lavoro con modalità diverse.

 

E cosa succede a chi anche per la seconda volta gira i tacchi, e così rimane attaccato alla sua giostra e per svariate ragioni non se la sente di fare il salto, di lavorare molto su sé stesso, cosa succede?

Perché è molto interessante questo due, due volte, e quindi scatta inevitabilmente la domanda. E chi dice di no anche la seconda volta, preferisce rimandare, nella prossima o tra due o tre vite?

 

In linea di massima nulla va perduto. Rientra semplicemente nei ranghi, nella massa dell’umanità. Tuttavia, come in tutte le esperienze di un certo peso, si troverà con delle cicatrici, delle disfunzionalità, di cui non ricorderà la provenienza, poiché, contestualmente al rifiuto, perderà memoria di quanto propostogli ed accadutogli.

 

Hai detto rimane nell’ambito dell’umanità, ma come, se queste due chiamate fossero riservate a pochi. O queste due chiamate sono riservate ad ogni essere umano? Ad ogni essenza?

 

Prima o poi riguardano tutti, non c’è dubbio! Perché l’umanità può evolvere compatibilmente con l’apporto di tutti coloro che ne fanno parte e solo senza lasciare indietro nessuno di coloro che sono chiamati in tal senso. Neanche di quelli che non hanno ricevuto una chiamata, che tuttavia seguiranno un altro tipo di processo per giungere a tal fine, così come tutte le altre cose o esseri viventi che esistono. La differenza non sarà nella meta (il destino finale) ma nel modo, più o meno contrastato (secondo le leggi del karma) per arrivarci.

 

 

Però niente sarà definitivo fino a quando anche l’ultima pedina del gioco sarà entrata nel gioco, risolvendolo o permettendone la risoluzione (lila, il gioco di dio, secondo la tradizione orientale). Quindi nulla va perso. Ed anche per questo leviamoci dalla testa l’idea del peccato e delle colpe, perché con la vita non hanno nulla a che vedere.

 

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prosegue nei prossimi articoli …

 

foto, schema e testo

pietro cartella

 

 

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Articolo pubblicato il 20/11/2022