Legge di Bilancio tra impronta statalista o reale apertura liberale al mercato
Giancarlo Giorgetti

Come si orienterà Giorgia Meloni con la discesa del Pil?

Emergendo dalla quotidianità che quest’estate ha visto il governo pur sempre attivo e impegnato, ci stiamo avviando verso la stagione delle scelte strategiche, con il varo del primo bilancio dello Stato autonomamente elaborato ed impostato dal governo Meloni.

Già in settimana il presidente del consiglio dovrà incontrare i segretari dei partiti di maggioranza e presentare le basi del documento, da discutere e condividere. Si tratta di definire le scelte fondamentali, ma come sempre, a prescindere dai numerosi progetti e proposte in campo, la coperta è pur sempre corta.

Il Governo dovrà prendere atto che l’economia italiana non sta crescendo e la spinta dei mesi scorsi ora sembra esaurita. Il tendenziale della crescita, rispetto allo scorso anno, passa dallo 0,8 allo 0,4% tra il primo e il secondo trimestre.

A determinare la flessione del Pil è stata soprattutto la domanda interna, lo rileva l’Istat, con scarso contributo da quella estera. L’apporto dei consumi privati è stato pari a zero. L’inflazione sta frenando i consumi delle famiglie, che non spendono, mentre le imprese producono e non vendono (scorte +0,3%).

Dalle prime anticipazioni pubbliche emerse sulla legge di bilancio il Governo Meloni ha le idee molto chiare: cancellare i bonus grillini, che si sono tradotti in sprechi di denaro pubblico e non hanno favorito la ripresa; aiutare i ceti medi e le imprese, agendo sul cuneo fiscale; ridurre la spesa laddove possibile; incentivare la maternità con mirati interventi di sostegno. Si tratta di scelte condivisibili e anche un po' obbligate, perché le disponibilità sono limitate, i vincoli di bilancio imposti dall’Ue sono sempre molto pressanti e l’andamento demografico non induce all’ottimismo per quanto riguarda l’efficacia della riforma del sistema pensionistico.

Al premier vanno riconosciuti coraggio e onestà intellettuale nei proclami di austerità, che potrebbero anche nuocere in termini di consenso, in vista delle elezioni europee, ma che offrono agli italiani una visione chiara e realistica di quello che li attende. Nonostante l’emergenza dei costi energetici pare in parte rientrata, l’impennata dell’inflazione e l’incertezza geopolitica internazionale alimentano ragionevoli preoccupazioni sulla tenuta del sistema Italia, anche perché i benefici dei progetti del Pnrr si vedranno in futuro. Nel frattempo, individui, famiglie e imprese devono rimboccarsi le maniche e tirare la cinghia.

Nel mirino della manovra preannunciata dall’esecutivo c’è anzitutto il “superbonus 110%”, quello sulle ristrutturazioni degli immobili, prodotto della demagogia statalista propria dei grillini, volta a sostenere con i soldi dei cittadini investimenti improduttivi che hanno drogato il mercato dell’edilizia e rallentato la realizzazione di opere davvero necessarie.

Su questo la Meloni è stata molto tranchant, definendo quel superbonus «una tragedia contabile, una truffa ai danni dello Stato» e puntando il dito contro l’ex premier, Giuseppe Conte, principale artefice di quella misura.

Il premier ha anche fornito delle cifre: «Nel complesso dei bonus edilizi introdotti dal Governo Conte 2, compreso il bonus facciate, i documenti dell’Agenzia delle Entrate ci dicono esserci più di 12 miliardi di irregolarità. Alla faccia di chi accusa il centrodestra di essere “amico” di evasori e truffatori. Grazie a norme scritte malissimo, si è consentita la più grande truffa ai danni dello Stato».

Giorgia Meloni si riferisce alle numerose irregolarità scoperte nelle modalità di fruizione del superbonus 110%, con lavori finanziati e mai eseguiti, costi dei materiali raddoppiati e altri illeciti che dovranno ora essere perseguiti.

Il Ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti ha rincarato: «Nonostante gli interventi che abbiamo messo in campo, il superbonus ci costa ancora 3,5 miliardi al mese». Gran parte di questi sussidi sono serviti per evitare il tracollo elettorale del Movimento Cinque Stelle, ma evidentemente tantissimi danni hanno provocato alla collettività.

Ora si volta pagina e il Governo Meloni intende assumersi la paternità di queste “sforbiciate”, dando un’impronta fortemente politica alla manovra. Può farlo, visto l’ampio consenso popolare di cui godono nel complesso le forze politiche che lo sostengono. Tuttavia, le contraddizioni nella linea dell’esecutivo non mancano e in parte rischiano di vanificare gli effetti benefici dei tagli a sussidi e bonus improduttivi.

In generale si percepisce una certa impronta statalista negli interventi in economia, a discapito di una reale apertura liberale al mercato, in un momento in cui bisognerebbe incentivare in tutti i modi il rilancio produttivo, l’iniziativa economica privata e i consumi.

La tassazione degli extra profitti delle banche ha fatto arricciare il naso a non pochi osservatori. Misura che potrebbe ripercuotersi sulla collocazione del debito pubblico e valicare i confini nazionali. Rimaniamo in attesa di capire cosa ci riserverà il dibattito parlamentare e quale impatto potrebbero avere le modifiche richieste da FI e Lega.

Così la voce che sta prendendo consistenza sulla mancata indicizzazione delle pensioni percepite dai redditi medio alti, la conseguenza limitazione degli sgravi fiscali a favore di chi percepisce redditi e pensioni superiori ai sessantamila euro annui lordi. Sono limitazioni che infastidiscono non poco i ceti sociali che sino ad oggi hanno manifestato apertura di credito al governo.

Anche l’intenzione, dichiarata da Meloni, di investire un ente come il Cnel, sfuggito per miracolo in anni passati alle molteplici azioni di spending review, di un compito così delicato come quello di individuare soluzioni praticabili in materia di salario minimo, non è stata ben compresa.

L’approccio da “destra sociale” all’economia, a detta ai alcuni osservatori potrebbe generare interventi che finirebbero per appesantire la struttura dello Stato e per accreditare un’idea di restaurazione anziché di rinnovamento.

In contraddizione, si è poi dato risalto alla proposta del ministro Giorgetti di procedere alle privatizzazioni per ottenere maggiori disponibilità per la spesa corrente e per gli investimenti.

Quest’impostazione che potrebbe rivelarsi salutare se lo Stato si privasse di carrozzoni improduttivi, potrebbe divenire problematica se si intaccassero gangli vitali, soprattutto privando lo Stato della presenza strategica in settori rilevanti dell’economia del Paese, con una forte connotazione politica.

Purtroppo le “svendite “patrocinate da Ciampi e Prodi si sono rivelate fallimentari e sono ben tristemente presenti nella memoria collettiva. Sarebbe quindi opportuno che anche in questo delicato settore lo Stato ponesse limiti e regole trasparenti.

Un governo che dice di voler costruire un’Italia credibile, fuori dai confini nazionali non può permettersi passi falsi. Gli investitori esteri sono sempre pronti a sbranarci e l’esperienza lo insegna.

 

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Articolo pubblicato il 03/09/2023