Quel “politicamente corretto” che non include Cina e paesi islamici. Di Luca Fiore Veneziano

È di pochi giorni fa la notizia secondo cui l’ex Presidente della Camera Laura Boldrini chiederebbe i danni al leader politico della Lega Matteo Salvini. Per cosa?, ci si domanderebbe, la “sentenza”: per incitamento all’Odio. “Odio”, parola spesso abusata dei media mainstream ed utilizzata come strumento per zittire il dissenso proprio dalla parte politica della “Presidenta” Boldrini. In questo “gioco di ruoli”, politico e mediatico, dove i carnefici si trasformano spesso in vittime, assistiamo costantemente all’ipocrisia di chi vede odio e “fascismo” ovunque, eccetto al proprio interno, giustificando la propria condotta politica, incentrata per decenni nel sostenere dittature totalitarie fondate proprio sull’odio e l’intolleranza verso i propri dissidenti ed avversari politici.

Questa sinistra “boldriniana”, che per anni si è fatta alfiere di battaglie ideologiche disgreganti ed inquinanti del clima politico e sociale, ha disseminato odio fra classi e fra generi, salvo poi salire sul piedistallo della pubblica morale per impartire lezioni di “bon ton” istituzionale e per riformare una sorta di “neolingua orwelliana” basata sui principi del “politicamente corretto”.

Appare oramai chiaro che il “politicamente corretto” è precisamente una forma di dogmatismo, sempre più distruttivo del pensiero liberale stesso; poiché nasce e cresce su un terreno liberale, ma ne corrompe il senso, tradendo il suo significato più profondo. Trasforma un metodo aperto in un credo chiuso. Esso infonde a chi lo usa una presunzione di superiorità verso gli altri. Vede coloro che la pensano in modo diverso come i nemici contro i quali bisogna ingaggiare un combattimento teso alla censura e all’ostracismo.

Esso ha un modus operandi tipico dei regimi illiberali: etichetta i suoi avversari politici, qualificandoli come inadatti per una società civilizzata e “aperta”; meritevoli per tanto di essere banditi, evitati, esclusi da qualsiasi forma di rapporto. Si tratta esattamente dei metodi contro i quali il pensiero critico si ribellò, dando alla luce il liberalismo politico e filosofico moderno.

Da qui nasce l’evidente contraddizione ideologica di chi, per celare il proprio passato comunista e filo-dittatoriale, utilizza slogan tipici del liberalismo libertario. Una simile contraddizione appare ancora più evidente se rapportata in politica estera; dove per la sinistra italiana, se l’avversario politico interno è tacciato di essere un orribile maschilista autoritario, nelle relazioni estere con regimi realmente maschilisti e dittatoriali simili accuse decadono come d’incanto, giustificando il tutto con la favola del principio, tutto “liberal arcobaleno”, del rispetto della cultura altrui.

Ed ecco improvvisamente vedere i moralizzatori dei diritti civili e i profeti della morale in Patria stringere le mani insanguinate dei comunisti cinesi ed indossare veli in visita nei paesi islamici. Mi chiedo dove siano i moralisti e le femministe della sinistra quando i loro leader politici stringono accordi con regimi teocratici sunniti e sciiti; mi chiedo dove si siano nascosti i sostenitori delle campagne “Restiamo Umani” quando i loro movimenti stringono alleanze con la Repubblica Popolare Cinese. Tutte queste contraddizioni purtroppo non sono nuove nel panorama politico italiano.

Già negli anni ‘70 avevamo una sinistra sessantottina che mentre gridava alla dittatura democristiana faceva l’occhiolino al maoismo e alle dittature comuniste di tutto il mondo. Ancora oggi come allora, gli esponenti della sinistra, adottano gli stessi metodi di violenza e di intolleranza politica; essi hanno semplicemente mutato gli slogan e il nome dei propri movimenti, ma nella sostanza sono gli stessi agitatori politici di sempre, gli stessi eredi dei “figli di papà” di Valle Giulia che si scagliavano contro i poliziotti proletari. Il loro amore per le dittature viene oggi mascherato ed edulcorato dal linguaggio del “politically correct”; il quale, all’occasione, viene usato per mettere letteralmente alla gogna mediatica chiunque non si pieghi sulle loro posizioni.

Come disse una volta Veneziani, urge costruire in fretta una solida alternativa culturale, dopo il rigetto occorre il Progetto. O forse, l’unico modo per contrastare dei simili odiatori di professione è fare uso del solo strumento logico che si addice ad ogni persona dotata di spirito critico: il buon senso.

 

Luca Fiore Veneziano

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Articolo pubblicato il 19/12/2020