La strategia perdente dei Cln a congresso in Bari (28-29 gennaio 1944)

Di Aldo A. Mola

L'Italia divisa in due

Il 28-29 gennaio 1944, 80 anni or sono, al teatro comunale “Piccinni” di Bari si svolse il 1° (e ultimo) congresso dei comitati di liberazione nazionale (Cln). Fu la dimostrazione patente di quanto l'Italia fosse divisa in due dopo la nomina del maresciallo Pietro Badoglio al posto di Benito Mussolini (25 luglio 1943), la firma della resa senza condizioni (3 settembre) e il trasferimento dei Reali e di Badoglio da Roma a Brindisi (9-10 settembre). Le correnti e i partiti antifascisti stentavano a trovare unità d'intenti e continuavano a disconoscere il governo del re, che però rimaneva l'unico interlocutore delle Nazioni Unite.

A quell'appuntamento i Cln arrivarono dopo lungo cammino. Il 24 novembre 1943 i comitati pugliesi si radunarono a Bari per programmare un congresso di respiro più ampio possibile. Il 4 dicembre gli stessi e quello campano mirarono a convocarlo per il 20 dicembre a Napoli, la città più rilevante del Mezzogiorno, ma cozzarono con il divieto dell'Amministrazione militare alleata, per comprensibili motivi di sicurezza. I suoi promotori, tra i quali il liberale Benedetto Croce e il comunista Eugenio Reale, inviarono una protesta al presidente degli USA Roosevelt, al premier britannico Churchill e al maresciallo sovietico Stalin, assicurando che la convocazione del congresso non avrebbe attizzato disordini. Non ebbero riscontro. Progettarono anche di far partecipare rappresentanti dei Cln clandestini sorti nelle regioni comprese nella Repubblica sociale italiana e delle comunità di antifascisti ancora in esilio, ovvero degli Stati Uniti d'America, unico Paese che ne contasse. Ma il proposito risultò irrealizzabile. Proprio la pubblicità dell'evento avrebbe indotto tedeschi e fascisti repubblicani ad aumentare la sorveglianza che già ordinariamente rendeva rischiosissimo superare le linee di combattimento.

Mentre l'avanzata degli Alleati cozzava contro la tenace resistenza tedesca comandata dal feldmaresciallo Albert Kesserling, quale sede del congresso gli anglo-americani imposero Bari e autorizzarono la partecipazione di novanta delegati, debitamente filtrati.

 

Preda di quattro guerre

Da settembre l'Italia era politicamente divisa in due: il cosiddetto Regno del Sud, controllato dagli anglo-americani, e la Repubblica sociale italiana proclamata da Benito Mussolini e succuba della Germania di Hitler. Essa era preda di quattro guerre: le Nazioni Unite contro la Germania e i suoi alleati (e quindi le regioni centro-settentrionali, martellate dai bombardamenti); il governo del re, cobelligerante a fianco degli Alleati, contro la Germania e i suoi satelliti (13 ottobre); tra fascisti repubblicani e bande di antifascisti, sia repubblicani sia monarchici; e quella, dapprima in sordina, poi conclamata di Stati che consideravano nemica l'Italia nel suo insieme e miravano a conquistarne il territorio (la Jugoslavia a est, la Francia di De Gaulle a ovest, appena le fu possibile: una guerra, questa, anticipata dai corpi comandati dal generale Alphonse Pierre Juin, dalla condotta spesso ignobile).

   Quelle guerre si intrecciarono alla contesa di partiti antifascisti sia tra loro e all'interno di ciascuno di essi, sia nel loro insieme contro il re e il suo governo: un groviglio caotico. Anche i Cln non erano affatto omogenei. Il Comitato centrale di liberazione nazionale costituito in Roma e presieduto da Ivanoe Bonomi operava in forzata clandestinità. Esso non aveva un significativo apparato militare, a differenza del Cln Alta Italia (Milano) e dei Cln delle regioni settentrionali, affiancati da comitati militari e punto di riferimento di bande (poi brigate e divisioni) espressione di partiti o “militari”, ovvero monarchiche. Tra il Cln Centrale e i Cln dell'Italia meridionale non vi era piena sintonia.

Sotto ogni profilo l'Italia era dunque un mosaico di soggetti, di programmi e di posizioni di combattimento, il cui disegno mutava in subordine all'andamento generale della guerra delle Nazioni Unite non solo contro la Germania ma anche contro il Giappone, in un quadro globale niente affatto univoco, come evidenziava la non belligeranza tra l'impero nipponico e l'Urss, che dichiarò guerra al Giappone solo l'8 agosto 1945, due giorni dopo il bombardamento atomico statunitense su Hiroshima.

 

L'offensiva di Croce e di Sforza contro il re

Ai tanti conflitti che da anni imperversavano in Italia si aggiunse, sempre più aggressiva, la guerra di taluni partiti (segnatamente comunisti, socialisti, d'azione e frange della nascente democrazia cristiana) e di notabili di area liberale e “democratica” accomunati nella richiesta di abdicazione immediata di Vittorio Emanuele III. Il 24 ottobre, neppure un mese dopo l'“armistizio lungo” sottoscritto a Malta, Badoglio informò il re del progetto da loro ventilato: la sua abdicazione, la rinuncia al trono da parte di suo figlio Umberto e il conferimento della corona al nipote, Vittorio Emanuele, principe di Napoli, di sette anni, assistito da un reggente: egli stesso. Fatto consultare Carlo Sforza, indicato da Badoglio quale mandante del progetto, il re ammonì il maresciallo, capo di un ministero “striminzito e inefficace”, a non contare sulla sua abdicazione. Fece proporre a Sforza di entrare in un nuovo governo e si assicurò della fedeltà delle forze armate, consolidate dal rientro del maresciallo Giovanni Messe dalla prigionia.

In vista del nuovo anno, il 28 dicembre Vittorio Emanuele III scrisse di suo pugno e incise un appello radiofonico agli italiani. Omettendo tante logoranti schermaglie, il 23 gennaio 1944, in prossimità dell'annunciato congresso dei Cln a Bari, il re consegnò al capomissione alleata Noel Mason Mac Farlane un “appunto” sulle proprie intenzioni. Alla liberazione di Roma al governo tecnico-militare sarebbe subentrato un ministero comprendente esponenti di tutti i partiti. Quattro mesi dopo la pace sarebbe stata eletta la Camera dei deputati (il Senato in carica avrebbe ripreso le sue funzioni) e il Paese, liberamente consultato, avrebbe deliberato l'assetto istituzionale: una decisione che la Corona avrebbe seguito fedelmente. Ma fino a quel momento tutti gli sforzi dovevano rimanere concentrati nella lotta di liberazione.

I lavori del congresso di Bari, presieduti da Michele Cifarelli, esponente del Partito d'azione, si svolsero nell'intera giornata del 28 e proseguirono la mattina del 29. Furono aperti dal discorso di Croce “La libertà italiana nella libertà del mondo”, che contenne un passaggio nettamente polemico nei confronti del re, la cui abdicazione immediata venne chiesta per consentire agli italiani di respirare liberamente. I temi all'ordine del giorno erano altri e molto più ampi: la situazione del Paese, l'organizzazione di volontari da affiancare all'esercito, il quadro politico internazionale, i problemi economici incombenti per l'inflazione galoppante, la svalutazione della lira, l’emissione delle Am-lire e l’istituzione di un organo di collegamento tra i Cln e gli anglo-americani.

Di seguito intervenne Sforza che, dopo molte invettive contro il re e la monarchia, propose l'invio di telegrammi al congresso degli USA, alla Camera dei Comuni, a Stalin, a De Gaulle, a Chang Kai Schek e ai popoli della Jugoslavia e della Grecia. A quel modo i Cln si ersero a soggetti di politica estera, alternativo al governo.

Nella seduta pomeridiana, presieduta da Alberto Cianca, esponente del partito d'azione, il liberale Vincenzo Arangio-Ruiz ricordò ai partecipanti che almeno metà degli italiani erano favorevoli alla monarchia. Perciò la soluzione della questione istituzionale andava affidata al libero voto a pace raggiunta. Nel frattempo, occorreva unità di intenti a cospetto di qualsiasi minaccia per garantire la sopravvivenza dell'Italia. Dopo di lui l'azionista Tommaso Fiore si scagliò contro il re, complice di Mussolini, e contro Badoglio e concordò con Arangio-Ruiz sulla necessità di un’unione antifascista, da lui intesa come allineamento sulle posizioni antimonarchiche.

La mattina del 29, sempre con la presidenza di Cianca, i congressisti chiesero la formazione di un nuovo ministero composto da esponenti dei sei partiti rappresentati nei Cln (comunisti, socialisti, azionisti, laburisti, democristiani e liberali), dotato di pieni poteri per compiere il massimo impegno nella guerra contro il nazifascismo e risolvere gli immensi problemi economici e sociali incombenti. Deliberarono anche la nascita di una Giunta esecutiva permanente formata da esponenti dei partiti dei Cln di concerto con il Cln Centrale: una sorta di governo alternativo a quello del re. Sforza concluse i lavori congressuali con l'appello all'unità, alla fiducia nell'Italia libera e a impedire che si ripetessero in futuro nuovi attacchi reazionari alla democrazia. Anche il suo secondo discorso risultò “violento e pieno di insulti all'indirizzo del Re”, come nel Diario annotò il generale Paolo Puntoni, aiutante di campo del sovrano. Di seguito i congressisti approvarono la richiesta di immediata abdicazione di Vittorio Emanuele III, senza entrare nel merito della successione.

Cianca elencò i componenti della Giunta esecutiva, ringraziò i partecipanti e chiuse i lavori.

 

Un groviglio caotico

Il segretario del partito comunista italiano, Palmiro Togliatti, liquidò il congresso di Bari come un chiassoso “comizio antimonarchico”, irrilevante sotto il profilo politico interno e internazionale. Percepì con chiarezza che gli azionisti, al pari dei democratici del lavoro (o laburisti, ancora incerti sulla propria denominazione), non avevano e non avrebbero avuto seguito elettorale. I dirigenti della democrazia cristiana (compresi De Gasperi e Gronchi) dovevano far dimenticare il sostegno dato all'avvento e al radicamento del governo Mussolini nel 1922-1924 (Gronchi era stato sottosegretario all'Industria, accanto al giolittiano Teofilo Rossi di Montelera), consapevoli che la base del loro consenso era monarchica, non per devozione ai Savoia ma per la radicata diffidenza del “cittadino normale” (di cui parla Salvatore Satta in “De Profundis”) verso le “novità”, come si prospettava la “repubblica”. Togliatti pensava infine che l'elettorato del partito socialista italiano di unità popolare, formato a varie tendenze, era in gran parte fermo al riformismo di Turati e Treves e aveva per punto di riferimento iconico Giacomo Matteotti, dai toni talvolta rivoluzionari ma fermamente anticomunista. L'unità d'azione siglata in Francia prima della guerra tra il Pci e il Psi di Pietro Nenni nell'opinione dei socialisti italiani aveva già subito lo scossone causato dal brusco voltafaccia dei comunisti all'indomani del patto di non aggressione tra Hitler e Stalin dell'agosto 1939. Ligi alla Terza Internazionale i comunisti voltarono le spalle agli altri partiti antifascisti sino a quando nel giugno 1941 Hitler scatenò l'operazione Barbarossa contro l'Urss.

Anche il presidente del Comitato centrale di liberazione nazionale attivo in Roma nella più circospetta clandestinità, trascorsa tra conventi e abitazioni di amici fidatissimi, accolse con molta perplessità gli ordini del giorno approvati dai Cln adunati a Bari. All'avvento della Rsi mussoliniana Bonomi commentò nel Diario la “frattura” che essa avrebbe determinato tra il Nord e il Sud d'Italia: “Il Nord e il Centro che hanno già fatto esperienze repubblicane con la Repubblica Cisalpina (in età franco-napoleonica, 1796-1804, NdA) e con le due repubbliche di Venezia e di Roma (1848-1849, NdA) si abitueranno a considerare la monarchia come un regime che può essere rovesciato; il Mezzogiorno invece, che ha già una lunga tradizione monarchica, continuerà a considerare la monarchia come un istituto che non si discute perché radicato in una lunga e ininterrotta consuetudine”. Per chi la conosca, e Bonomi la conosceva, la storia è “magistra vitae”. Nessuno poteva cancellare la memoria dei sacri romani imperatori, dagli Ottoni a Federico II di Svevia, dei re Normanni e Aragonesi, degli Asburgo di Spagna e d'Austria, e infine dei Borbone di Spagna durati dal 1737 all'arrivo in Napoli di Giuseppe Garibaldi con l'insegna “Italia e Vittorio Emanuele”, pronto a salutare Monsù Savoia “re d'Italia” quando questi gli venne incontro a cavallo a Vairano Catena, presso Teano. Forma della religiosità, la monarchia era metastorica, radicata nel mito. Il rifiuto di collaborare con il governo Badoglio non significava affatto rifiutare il re in quanto tale ma la predilezione da lui accordata ai militari anziché ad antifascisti che come lui avevano attraversato il regime convinti che prima o poi esso sarebbe stato travolto dai suoi errori. Il 16 ottobre, dopo la dichiarazione di guerra dell'Italia alla Germania, il CCLN chiese la “costituzione di un governo straordinario che sia l'espressione di quelle forze politiche le quali hanno costantemente lottato contro la dittatura fascista e fin dal settembre 1939 si sono schierate contro la guerra nazista (a differenza del PCI)”, ma anche di evitare “ogni atteggiamento che possa compromettere la concordia della nazione e pregiudicare la futura decisione popolare”, rinviata alla cessazione delle ostilità, quando il popolo sarebbe stato convocato “per decidere sulla forma istituzionale dello Stato”. Esattamente come proponeva Vittorio Emanuele III.

Significativamente Bonomi non commentò nel Diario il congresso di Bari. Oltre un mese dopo, il 6 marzo 1944 inviò al CCLN la Dichiarazione redatta il 2 precedente, “riflesso del suo fermo convincimento che inspirerà e indirizzerà la sua azione futura”. Messe da parte le posizioni unilaterali (come quelle accesamente antimonarchiche dei vertici del Psi e del PdA), occorreva promuovere la “guerra per bande” (poi detta partigiana e infine dei “volontari della libertà”, agli ordini del generale Raffaele Cadorna, monarchico), in aggiunta (non in alternativa) all'“azione preminente e decisiva delle forze armate dello Stato italiano”. “La guerra nazionale ha bisogno della concordia nazionale”. Perciò bisognava “accantonare la questione della forma dello Stato, per rifare così l'unità spirituale degli italiani per la guerra e per la vittoria”. “La richiesta dell'abdicazione dell'attuale re non può passare innanzi e comunque indebolire la richiesta dell’assemblea incaricata di deliberare, a territorio nazionale liberato, la nuova costituzione dello Stato”. In sé l’abdicazione non risolveva comunque la necessità di assicurare allo Stato un Capo sino al raggiungimento della pace. E poiché esso non poteva essere espresso dai cittadini, doveva appartenere alla Casa regnante.

 

Le “bande” e la Rsi

Le informazioni di cui Bonomi disponeva mostravano che le “bande” di volontari stentavano a costituire una forza organizzata decisiva per l'abbattimento della Repubblica mussoliniana, sostenuta dai tedeschi. Questa si reggeva non solo sulla feroce repressione di antifascisti notori e di partigiani (soprattutto militari) ma anche sulla forza di inerzia della vita quotidiana, sulla sua capacità di far funzionare l'amministrazione pubblica, in specie quella locale, e di evitare misure troppo impopolari, per non causare il collasso sociale e la ribellione di massa. Se non mosse un dito per impedire le razzie di ebrei destinati alla deportazione nei campi germanici di sterminio, Mussolini concesse poco spazio e nessun potere ad antisemiti e massonofagi fanatici come un antico spretato che, superstizioso qual era, il duce riluttava persino a ricevere. Ferrovie, poste, scuole, dalle elementari alle università, continuarono a funzionare con una certa regolarità sino a fine aprile del 1945.

Le “bande” impiegarono tempo, tra il settembre e il marzo 1944, a prendere corpo. Negli appunti diaristici Nuto Revelli, reduce dalla disastrosa campagna di Russia, annotò di aver “battezzato” con altri ufficiali del regio esercito la “1^ Compagnia rivendicazione caduti” (5 ottobre 1943), diffidente nei confronti dei politici (“La guerra dei poveri”, Torino, Einaudi, 1963, p. 141). Dante Livio Bianco, avvocato, già iscritto al Pnf, esponente di spicco della banda “Italia Libera” fondata da Duccio Galimberti” e militante del partito d'azione, al primo incontro con Revelli e gli ufficiali Faustino Dalmazzo e Giovanni Delfino (13 novembre) annotò nel Diario: “Si tratta di militari senza alcuna idea politica: speriamo però di averli scossi dal loro atteggiamento”. Solo quando si ebbe notizia dello sbarco anglo-americano a Nettuno (8 febbraio), che illuse sulla rapida avanzata degli Alleati verso Roma ma rischiò di risolversi in uno scacco, e dopo aver preso contatto con altre formazioni partigiane (ne ha scritto Aldo Sacchetti in “Un romano tra i ribelli”, ed. L'Arciere) Revelli decise di aggregarsi alla “banda” di Bianco in una “atmosfera di simpatia” scaturita anche dalla scoperta che erano entrambi figli di massoni.

 

L'arrivo in Italia di “Ercoli” e la “svolta” dell'aprile 1944

Nel “Regno del Sud” nel frattempo la storia corse rapidamente. L'11 febbraio vennero nominati nuovi ministri del governo Badoglio, tra i quali Falcone Lucifero all'Industria e Commercio, Epicarmo Corbino al Lavoro, Guido Jung alle Finanze e il generale Taddeo Orlando alla Guerra, in perfetta sintonia con Giovanni Messe. Alle 10 del 17 giurarono fedeltà al re. Il 15 Harold Alexander impartì lo sciagurato ordine di bombardamento sull'Abbazia di Montecassino, rasa al suolo. Una decisione sconvolgente, militarmente ingiustificata, politicamente controproducente, deplorata anche all'estero da tutte le persone di buon senso.

A inizio aprile, rientrato dall'Urss in Italia via Algeri, Togliatti (nome di battaglia “Ercoli”) propose l'ingresso di tutti i partiti in un nuovo governo. Era la sconfessione della linea di Bonomi, del Congresso di Bari e del “filosofo di Pescasseroli”, come Dante Bianco appellava Croce. Il re, che sentì rafforzata la monarchia, dal 16 marzo accennò al proposito di rinunciare all'esercizio dei poteri a favore del figlio quale Luogotenente, conservando per sé la Corona, quando la capitale fosse stata liberata ed egli vi fosse rientrato. Sotto arrogante e incalzante pressione degli anglo-americana il 12 aprile 1944 rese pubblica la decisione. Nell'“Itinerario generale dopo il 1° giugno 1896” annotò di suo pugno, tutto maiuscolo, “Dichiarazione prossima Luogotenenza” e concluse: “Viva l'Italia più che mai!!”.

Sul Congresso dei Cln a Bari si possono narrare molte fiabe. Per la storia esso ebbe modesto rilievo.

Aldo A. Mola

Sulla condotta degli anglo-americani nelle regioni via via liberate si vedano le statistiche dei loro ingiustificabili crimini contro la popolazione civile in Angelo Squarti Perla, “Le menzogne di chi scrive la storia”, BastogiLibri, gennaio 2024 (l'Autore, oculista di chiara fama, celebre araldista e insigne componente della Consulta dei Senatori del Regno, è morto lo scorso 24 gennaio).

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Articolo pubblicato il 28/01/2024