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La «Torino noir» vista e narrata da Milo Julini
Un imbecille – una megera – tenerezze coniugali – uxoricidio, nella Torino del 1876 (seconda e ultima parte)
Articolo di Milo Julini
Pubblicato in data 02/12/2023

Leggi qui la prima parte.

Erano appena trascorsi quindici giorni da che la moglie lo aveva abbandonato, quando Matteo si presentò esso pure dal portinaio della casa n. 24 in via della Consolata, e gli domandò dove abitava Catterina Ceirano. “Volete dire, rispose il portinaio, della vedova che abita da quindici giorni due soffitte insieme con suo padre ed altri due individui, che ella vorrebbe far passare per suoi fratelli?».

“Ma che vedova, che fratelli: ella è mia moglie, non vedete che io sono suo marito?”.

“Ah! Sì”, rispose il Pipelet2 [portinaio, N.d.A.], quando scorse certe prominenze sulla fronte del povero scemo. “Salite per quella scala, soffitta numero...”.

Ma Ceirano non senti più altro, e corse in cerca della moglie, alla quale chiese che volesse per lo meno restituirgli il soprabito per ripararsi dal freddo. “L’ho impegnato” disse la megera.

“Quanto ci vuole per ritirarlo?”.

“Venticinque lire”. E Matteo sborsava le lire 25; ma il giorno dopo, invece del soprabito, la moglie gli consegnava un involto pieno di stracci e pezzuole intrise di sangue. Fra tali immondizie il povero uomo trovò pure un biglietto. Lesse: “Questa è la dichiarazione di guerra!”.

Né qui finisce la dolorosa istoria.

Sul finire di febbraio la Molinari lasciò la soffitta per andar ad abitare al piano terreno. Il padre ed uno dei fratelli già l’avevano abbandonata, e solo era rimasto con lei l’altro fratello, vale a dire il suo drudo [amante, N.d.A.], il quale è l’incognita di questo processo, poiché si sa soltanto che costui era uno di Trofarello.

Intanto l’ultimo giorno di carnevale il Matteo Ceirano, sempre innamorato, si recò a far visita di dovere alla propria moglie; e questa l’accolse con uno schiaffo sonoro. Il marito ebbe la petulanza di mostrarsi offeso, e la Molinari lo insegui brandendo un paio di grosse forbici, colle quali, gli avrebbe fatto subire la fine miseranda di Abdul-Aziz3, se il ganzo di Trofarello non fosse accorso a deviare il colpo.

Matteo se ne andò dicendo all’amico di Trofarello: “Io non me la prendo con voi, perché fate il cacciatore (sic!); ma lei! ...” e qui si mise a piangere dirottamente!

L’indomani ritornò a prendere una chiave che aveva dimenticato sul luogo del combattimento. La moglie era sola in casa. Il marito ne uscì grondante sangue dalla fronte e ferito in una mano!

Due o tre giorni dopo la Molinari ebbe a dire al portinaio: “Fortuna che c’era l’altro, del resto quelle forbici volevo piantargliele nella pancia”.

Or bene, chi il crederebbe? Trascorse appena tre settimane da questi fatti Matteo Ceirano si riconciliava e ritornava a coabitare colla moglie, che era stata abbandonata, per mancanza di denari, dal proprio drudo. Le condizioni della pace vennero dettato dalla parte vincitrice, dalla Catterina, che non altrimenti si dispose a convivere nuovamente col marito se non a patto di essere libera e di fare come voleva. “Tu guarderai, gli disse, e starai zitto!”. Matteo accettò, e la pace fu stipulata.

Siamo al giorno di domenica 28 maggio del corrente anno: sono circa le ore una e mezzo pomeridiane. Matteo Ceirano ritorna a casa da fare alcune provviste. Mentre egli tenta di estrarre di tasca qualche cosa, da una bottiglia d’olio che egli teneva indosso si versano alcune gocce di liquido. La moglie gli vibra un’occhiata feroce; l’occhiata è seguito da un potente calcio che manda il marito rovescione sul pavimento.

Quella fu l’ultima delle scelleraggini commesse da quella donna infame.

Perocché il Ceirano Matteo si rialza acciecato da un impeto d’ira, va brancolando in cerca di qualche cosa; si trova sul tavolo un grosso coltello, egli l’afferra, e ne vibra furibondo tre colpi alla moglie, che cade al suolo immersa nel proprio sangue. Accorrono al rumore i vicini. La rialzano ... era morta!».

Il racconto fatto dall’accusato delle sue gravi disavventure matrimoniali - che il cronista indica ironicamente come «tenerezze coniugali» - viene confermato dai testimoni sentiti in udienza. Le indagini non siano riuscite a chiarire il ruolo esplicato dal misterioso personaggio presente sulla scena del delitto, forse l’amante della donna di Trofarello, ma che non è stato neppure identificato.

È certa, per contro la simpatia del cronista giudiziario Z. quando scrive: «Nonostante la relazione medica, di cui abbiamo fatto cenno, e nonostante la splendida difesa dell’avv. Nasi, difesa che procurò al giovine oratore per fino gli applausi dell’uditorio, il Tribunale condannò l’accusato a due anni di carcere.

Se la Sezione d’Accusa non avesse fatto al Ceirano il favore di rinviarlo al Tribunale, ed egli fosse stato giudicato dalla Corte d’Assise, si può affermarlo con sicurezza, sarebbe stato o assolto, o dichiarato sufficientemente punito col carcere sofferto. Sappiamo che il povero Cerano ha interposto appello da tale sentenza. Gli auguriamo giudici più benigni».

Il Tribunale Correzionale è formato da giudici togati, mentre la giuria della Corte d’Assise è composta da dodici comuni cittadini di età compresa tra 30 e 70 anni, che sappiamo leggere e scrivere e che siano elettori politici. È quindi molto probabile che le disavventure coniugali di Ceirano possano destare in questi signori una forte corrente di simpatia, se non di empatia, tale da portare a un verdetto favorevole nei suoi confronti.

Al di là dell’ironia, a tratti decisamente impietosa, del cronista, si scorge la violenza nella coppia attuata dalla moglie sul marito, problema ancora attuale, che Matteo Ceirano aveva però risolto in modo troppo drastico.

Fine della seconda e ultima parte

 

Note

(2) Il portinaio era spesso indicato col termine francese di Pipelet, dal cognome di un personaggio dei Mystères de Paris di E. Sue.

(3) Abdul Aziz, detto lo Sfortunato (1830 - 1876) è stato il 32º sultano dell’Impero ottomano.

Il 29 maggio 1876 è deposto da un gruppo di ufficiali e il mattino del 4 giugno 1876 viene trovato morto, per suicidio secondo la versione ufficiale.

 

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