Betlemme: una grotta, una mangiatoia o una casa

La leggenda ha dato ampia diffusione al modello della Nativitŕ in una grotta

Cristo nacque a Betlemme, e va bene: in una grotta? In una stalla? In una luogo affine a quello che vediamo nei presepi, oppure…

 

Il Vangelo di Luca chiarisce che la Vergine avvolse il neonato nelle fasce e lo depose in una mangiatoia. Un versetto che fa pensare ad una stalla. Invece le fonti apocrife e poi la leggenda hanno dato ampia diffusione al modello della Natività in una grotta. Perché?

Nell’apocrifo Vangelo dello Pseudo Matteo la scelta del luogo in cui Maria avrebbe dovuto partorire fu stabilito divinamente: "l'angelo (...) comandò poi alla beata Maria di entrare in una grotta”. Si pone su questa scia il Vangelo dell'Infanzia Arabo Siriaco: "giunti a una grotta, Maria disse a Giuseppe che per lei era ormai imminente il tempo di partorire e che non poteva proseguire fino alla città; entriamo in questa grotta, disse”.

 

Il fatto risulta confermato da un altro apocrifo, il Protovangelo di Giacomo.

La tradizione della grotta si diffuse rapidamente fino a diventare una presenza fissa, anche se velata di quella sottile ambiguità tipica delle vicende non canoniche.

Fu San Giustino (+165), verso la metà del II secolo, ad indicare la grotta come luogo della Natività: "si rifugiò in una grotta vicino al villaggio".

In seguito ne riparlò Origene (III secolo): "si mostra a Betlemme, la grotta dove è nato e, nella grotta, la mangiatoia in cui fu avvolto in fasce" .

 

Ancora nel IX secolo, a Betlemme erano ancora segnalate due grotte vicine: in una Gesù venne al mondo, nell'altra fu posto dalla madre per essere adorato.

In Luca si ripete per tre volte che il "bambino giaceva in una mangiatoia".  Va considerato che molte caverne naturali o artificiali erano attrezzate in modo tale da offrire riparo alle greggi, quindi la presenza di una mangiatoia in una grotta risulta credibilissima.

L'ipotesi pare confermata anche dal Vangelo dell'Infanzia Armeno: "ma poi Giuseppe scorse una grotta, abbastanza grande, dove dei pastori e dei contadini che lavoravano nei dintorni si riunivano a mettevano al riparo le loro greggi”.

 

In seguito, al modello della grotta si affiancano quelli della stalla e dell’abitazione.

Nel primo caso la mangiatoia rimanda alla stalla, all’ambiente caratteristico in cui erano  rinchiusi gli animali.

Per quanto riguarda  il secondo, abbiamo invece una precisa indicazione in Matteo: "ed entrati nella casa videro il bambino con Maria sua madre e si prostrarono davanti a lui in adorazione". L’apocrifo Cronaca di Zuqnin avverte che i Magi entrarono nella “stanza”...

In Luca troviamo un’indicazione che lascia intendere un trasferimento del nucleo familiare dalla spelunca Salvatoris ad un edificio non meglio identificato. Più chiara questa fase in alcuni apocrifi: "il tredicesimo giorno successivo alla nascita del Signore, Maria uscì dalla grotta, entrò in una stalla e depose il bambino"  (Protovangelo di Giacomo).

"Tre giorni dopo la nascita del Signore nostro Gesù Cristo, la beatissima Maria uscì dalla grotta ed entrò in una stalla" (Pseudo-Matteo).

 

Il modello del trasferimento da un luogo ad un altro è indicato anche nei frammenti apocrifi della Natività e dell’Infanzia del Codice Arundel, in cui è detto che gli animali “rimasero in quello stesso luogo  tre giorni con il Bambino” .

Ulteriormente diversificata la versione di Giovanni da Hildesheim (Historia trium Regum, XIV secolo), che individua il luogo della Natività  ai limiti di "una platea”  che allora si chiamava la “platea coperta”, poiché, secondo le consuetudini del paese, era stata coperta con drappi neri ed altre stoffe, per offrire un riparo contro i raggi infuocati del sole.

 

In questa “platea” ogni giorno si teneva mercato di ogni specie di merci “nuove ed usate”. Su un lato si trovava la “casa di Isaia” e, ai tempi in cui il carmelitano tedesco scriveva era ancora presente “un tugurio, dinanzi ad una grotta ricavata dalla roccia”, in cui era d’uso collocare le vettovaglie per proteggerle dal sole.

 

Nell’area della “platea” si trovava anche l’alchan (sorta di stalla) in cui erano  tenuti cavalli, muli, asini e cammelli a disposizione dei viaggiatori che potevano acquistarli o cambiarli, come in una normale stazione di posta.

 

Nel corso della descrizione, l’Hildescheim chiarisce che al tempo della natività di Gesù, l'alchan era stata completamente distrutta e “dinanzi a quella spelonca, era rimasto soltanto un piccolo tugurio. In piedi erano restati le pareti di mattoni e i muri sconnessi, e sull'aia, che era dinanzi al tugurio, si faceva la vendita del pane”. Con questo chiarimento l’autore forse si riferiva all’etimologia che interpreta Bethlehem come “casa del pane”.

 

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Articolo pubblicato il 24/12/2020