Francesco Fa di Bruno

Nobile di sangue e di carattere (prima parte)

Nella vasta platea dei santi sociali torinesi dell’Ottocento, un posto privilegiato spetta a Francesco Faà di Bruno, che si differenzia dagli altri per un’esistenza del tutto particolare e per la versatilità delle sue doti, perfetta incarnazione della parabola evangelica dei talenti.

Eppure, la sua è una figura poco conosciuta e apprezzata dal pubblico e dai credenti… forse perché è nato in una ricca e nobile famiglia, molto lontana dalle classi povere e popolari del tempo… o magari per la sua tardiva adesione al sacerdozio, dopo una vita impregnata di molteplici esperienze, sempre alla luce della fede cattolica (per questo è stato soprannominato “il certosino laico”).

Francesco nasce ad Alessandria il 29 marzo 1825, ultimo di dodici figli, dal nobile casato dei Marchesi di Bruno, Conti di Carentino e Signori di Fontanile.

I suoi genitori sono il Marchese Luigi e la Nobil Donna Carolina Sappa de’ Milanesi.

Un austero castello è a guardia del minuscolo paese di Bruno e severa è anche l’educazione che viene impartita al giovane rampollo. Il motto di famiglia è, appunto “Nec ferro nec igne” (né col ferro né col fuoco, quasi a dichiarare una invincibilità della stirpe).

Fra i suoi antenati ci sono molte eminenti figure, che si sono distinte in tanti campi della vita civile, religiosa e militare.

Una donna che riassume il clima del tempo feudale, dal quale vengono i suoi avi, è la Contessina Camilla, nata nel 1599, soprannominata “Ardizzina” in quanto figlia di Ardizzino Faà. Si sposa con una cerimonia segreta con Ferdinando Gonzaga, Duca di Mantova e del Monferrato. Il matrimonio è dichiarato nullo e Camilla viene costretta a diventare suora: il breve testo delle sue Memorie è un opuscolo di sole sedici pagine che scrive nel 1622 per volere della Madre Superiora ed è la prima autobiografia in prosa scritta da una donna italiana. La sua storia personale diventa il

soggetto del dramma storico Camilla Faa da Casale di Paolo Giacometti (Novi Ligure, 1816 - Gazzuolo - MN - 1882), rappresentato per la prima volta al Teatro Nuovo di Firenze il 29 ottobre 1846.

Francesco cresce in un ambiente dove la religione e la fede sono di casa.

Fra sei sorelle, due scelgono la vita religiosa, a Torino: Camilla fra le Dame del Sacro Cuore (Congregazione fondata a Parigi il 21 novembre 1800 dalla religiosa francese Maddalena Sofia Barat) ed Enrica nel monastero della Visitazione.

Anche due fratelli si consacrano a Dio: Carlo Maria nell’Ordine degli Scolopi e Giuseppe Maria, ordinato sacerdote, entra nella Società delle Missioni fondata da Vincenzo Pallotti.

Il fratello che passerà alla storia è Emilio, ufficiale di Marina, con grandi meriti durante la III Guerra di Indipendenza (medaglia d’oro al Valor Militare, morto nella battaglia di Lissa del 1866).

Il percorso compiuto da Francesco nella sua giovinezza è simile a quello di tanti altri cadetti nobili o di famiglie altolocate: il primogenito ereditava il titolo e i beni, gli altri figli maschi dovevano scegliere fra vita militare e sacerdozio, le figlie femmine erano destinate al matrimonio o ad un monastero.

In quello scorcio di Ottocento il piccolo paese di Bruno è del tutto dedito all’agricoltura: “il suo territorio produce grano, meliga, legumi, uve e ed altre specie di buone frutta, ma in mediocre quantità. Abbonda di castagni e di roveri”.

Il paese conta settecentocinquanta abitanti, che “vi sono molto robusti, e coltivano i loro poderi con molta diligenza. Di qualche rilievo è il guadagno che essi ricavano dalla legna da bruciare, e soprattutto dalle ricolte dei bozzoli”.

Un altro mondo, diverso e lontanissimo dal paesaggio e dall’economia di oggi, che vede il paese ridotto a meno di trecento abitanti.

Francesco studia dai Padri Somaschi di Novi Ligure, che alternano il forte rigore morale con una apertura innovativa negli studi: accanto alle materie consuete, avevano introdotto lo studio dell’aritmetica commerciale e del disegno, e alcuni corsi facoltativi allora non previsti (musica strumentale, scherma, danza, inglese, francese, tedesco).

Nel 1840, a quindici anni, il giovane entra all’Accademia Militare di Torino, che risente del pesante clima della Restaurazione, con il rientro dei Savoia dopo la parentesi napoleonica. Così, il “Libro degli Ordini” (una sorta di regolamento) stabilisce che “il sapere a memoria la lezione di catechismo è condizione indispensabile per ottenere il permesso di uscita”.

Questo tipo di obblighi andava ben oltre: “delle prediche fatte in oratorio ogni allievo deve fare un riepilogo” e ancora “i migliori riepiloghi delle prediche sono premiati con menzioni onorevoli e coll’onore di essere accolti nella Biblioteca”.

Ricordiamoci della biblioteca, sarà un capitolo importante nella vita adulta di Francesco…

L’Accademia Militare durava cinque anni per gli allievi destinati alle “armi comuni” (fanteria e cavalleria) e sei anni per essere assegnati alle “armi dotte” (artiglieria, genio e stato maggiore).

Solo per questi ultimi vi era un ulteriore percorso di due anni presso la Scuola di Applicazione (come si chiamano ancora oggi l’edificio e l’istituzione che hanno sede in via Arsenale a Torino).

In quegli anni era direttore degli studi scientifici Giovanni Plana, matematico e astronomo (Voghera 1781 - Torino 1864), fra gli insegnanti Luigi Federico Menabrea (Chambery 1809 - Saint Cassin 1896) teneva un corso di meccanica applicata alle macchine.

Le nozioni qui apprese svilupperanno la sua vocazione scientifica e la sua propensione alla tecnica e alla risoluzione dei problemi di ogni genere.

Il suo senso religioso palpitava sempre: appena poteva si recava all’oratorio creato da don Bosco per servire la messa, quando era il fondatore a celebrarla.

Il suo curriculum studentesco risulta eccellente: è cadetto il 27 agosto 1844, sottotenente il 20 settembre 1845, luogotenente il 18 agosto 1846.

Non entrerà mai nello Stato Maggiore, il destino ha in serbo altre carte per lui.

Il 23 agosto 1848 Carlo Alberto dichiara guerra all’Impero Austro – Ungarico e il giovane luogotenente è arruolato nella Brigata Guardie comandante dall’erede al trono Vittorio Emanuele, del quale diventa aiutante di campo.

In una pausa delle operazioni sul fronte Francesco disegna quella “Gran Carta del Mincio” che risulterà decisiva dieci anni dopo per vincere le battaglie di Solferino e di San Martino. L’Esercito italiano, nella sua area storica, lo ha definito “un Beato al servizio dell’Intelligence” per aver realizzato questo disegno militare.

Nella fase finale di quel conflitto egli combatte a Mortara e alla Bicocca di Novara, dove il suo cavallo è ucciso dalla fucileria austriaca e lui stesso è ferito ad una gamba.

Quando Carlo Alberto abdica, il nuovo sovrano richiama il suo aiutante di campo e gli propone di diventare precettore di Umberto (futuro Re d’Italia) e di Amedeo, Duca d’Aosta e Re di Spagna per un breve periodo.

Francesco accetta con entusiasmo la proposta, chiede al monarca di esser dispensato dal servizio militare e di poter andare a Parigi per perfezionare i suoi studi di matematica.

In questo modo termina di fatto la sua esperienza militare (anche se rassegnerà le dimissioni soltanto nel 1853); l’incontro con il mondo culturale parigino lo farà crescere nelle conoscenze e nella sensibilità umana, segnerà una svolta e sarà un giro di boa nella sua vita, preparandolo a nuove e più alte esperienze.

La città di Torino gli ha intitolato il piccolo Giardino “Francesco Faà di Bruno”, inaugurato con una cerimonia pubblica nella mattinata del 10 dicembre 2015, davanti all’istituto scolastico di via Le Chiuse 40, alla quale ha partecipato fra gli altri Chiara Busin, Superiora Generale della Congregazione delle Suore Minime di Nostra Signora del Suffragio.

In passato, inoltre, i due fratelli (Francesco ed Emilio) erano stati accomunati dall’unione dei loro nomi in una breve via nel quartiere Vanchiglia, quasi a mezzo fra l’ex area Italgas e il deposito Gtt Tortona, alle spalle del nuovo Campus Einaudi. Il quotidiano via vai di studenti e studentesse transita per quella via (appunto Via Fratelli Faà di Bruno), che ricorda un intellettuale complessivo e geniale quale fu Francesco Faà di Bruno.

@Ezio Marinoni

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Bibliografia

Pier Luigi Bassignana – Faà di Bruno – Edizioni del Capricorno - 2008

Bruno Ferrero – Francesco Faà di Bruno – Elledici – 2017

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Articolo pubblicato il 27/11/2021