Ricordi di Torre del Mare di Patrizia Lotti

Frammenti policromi, schegge di memorie colorate che non sbiadiscono con il passare del tempo.

A Torre del Mare: l’acqua

Laudato si’, mi’ Signore, per sor’aqua,

la quale è molto utile et humile et

pretiosa et casta.

Nel celebre quanto immaginario Codex Marinus de Turribus, dove sono contenuti, oltre ad una curiosa lista di torri, i racconti degli altrettanto immaginari viaggi di San Francesco nei territori impervi intorno a Noli, è presente un elenco tanto stupefacente quanto lontano dalla verità storica e vicino a quella delle emozioni misteriose. San Francesco racconta (o non racconta?) di avere compiuto uno strano e pericoloso  viaggio sulle colline della repubblica di Noli e di essere arrivato stanchissimo, ma sano e salvo, su una spiaggia poco distante, in direzione della rivale Genova. Alcuni fantasiosi commentatori sostengono che il suo Cantico delle creature, forse la più bella preghiera di ringraziamento che sia mai stata scritta, sia nata spontanea sulle sue labbra quando finalmente arrivò sulla spiaggia sassosa che lo accolse e gli consentì di riposarsi e rinfrescarsi nelle onde del mare azzurro che si frangevano sulla spiaggia e sugli scogli vicini. A questo punto san Francesco elenca (o non elenca?) tutto ciò che vide e pensò durante il giorno e la notte che passò sulla spiaggia: il sole, la luna, le stelle, il vento, l’acqua, il fuoco, la terra, il perdono, la sopportazione, la morte.

Vale a dire tutti gli elementi che compongono il Cantico delle creature.  Quindi, secondo studi accurati e ovviamente inesistenti, il capolavoro di san Francesco sarebbe nato proprio su quella spiaggia sassose, dove, sempre secondo altri studi immaginari, secoli dopo, sarebbero sorti i bagni di Torre del Mare.

Una fantasia da prof fuori di testa? Può darsi, ma quando entro in mare, a Torre, in una bella giornata di sole e con la tramontana che mantiene l’acqua limpida e pulita, la sensazione che provo, oltre che di benessere, è proprio di ringraziamento, non saprei dire a chi o a cosa, ma non è importante, per la pace interiore in cui mi trovo immersa. 

Naturalmente ho fatto il bagno in acque dai colori e dai fondali più variopinti, ma l’acqua di Torre, dolce o salata che sia, mi procura un’emozione diversa da tutte le altre. Mi fa sentire a casa.

L’acqua salata: quando entro in mare c’è sempre qualcuno che mi saluta, che mi chiede quando arriverà mio marito, se mia figlia è con me o a che ora ci troveremo stasera. Oppure, se arrivo a un gavitello qualsiasi verso sera, non posso fare a meno di pensare a quante volte, da bambina e ragazzina, ho pianto abbracciata a un gavitello (chissà se è lo stesso) perché non sopportavo l’idea di tornare a Milano. E’ come se ogni goccia raccontasse una storia che rischiavo di dimenticarmi. Grazie, sorella acqua, acqua di Torre; anche se ormai sono una nonna, tu m’insegni che non bisognerebbe proprio mai dimenticarsi delle emozioni dell’adolescenza. E qui a Torre, per fortuna, è difficile commettere questo errore. Tant’è che non sono passati tanti anni dal mio ultimo bagno a mezzanotte proprio qui, sulla mia spiaggia di sempre; un rituale tipicamente adolescenziale, una bella sciocchezza che i ragazzi fanno volentieri proprio per distinguersi dagli adulti quando vogliono dimostrare, soprattutto a se stessi, che ormai sono grandi. E io sinceramente grande lo ero sicuramente; non ancora nonna, ma zia di quattro nipoti sì.

L’acqua dolce: quella che usciva, ed esce, fresca e pulita dai rubinetti e soprattutto quella della sorgente sulla panoramica, oggi nascosta da non so quale muro di cinta, e quella della pioggia che scendeva dal cielo nei rari giorni di cattivo tempo che capitavano d’estate. Non so se sia vero o se i ricordi, come spesso avviene, addolciscano la realtà passata, ma nella mia memoria le estati della mia infanzia e prima adolescenza erano lunghissime e assolate, tanto che un giorno di pioggia era quasi gradito, una sorpresa inaspettata che mi conduceva con amici e parenti alle Manie, sopra Finale, a mangiare frittelle. O ancora l’acqua del pozzo: per la prima volta in vita mia (e forse anche l’ultima) qui ho bevuto l’acqua del pozzo nel campo di un contadino di Bergeggi, dove con la famiglia o con amici andavo a raccogliere squisite albicocche con cui la mia mamma faceva l’unica marmellata che le abbia mai visto preparare. Era fantastica: dolce, ma con un fondo amarognolo che non la rendeva stucchevole. Forse dovrei tornare a cercare le albicocche e cimentarmi con il ricordo di quel sapore. E della mia mamma.

Ma forse l’acqua più bella è quella dolce mescolata a quella salata: quella di un bagno sotto la pioggia, da bambini una trasgressione da fare di nascosto, da ragazzi una dimostrazione di sicurezza e spavalderia per nascondere tutte le incertezze dell’età e da nonni un insieme delle cose. Una stranezza sotto gli occhi stupiti dei figli che ti guardano scuotendo la testa, mentre i nipoti si tuffano in acqua felici, tanto c’è la nonna, no?, e nessuno sa cosa ti passa veramente per la testa. Perché per te, torremarino vero, in quel momento si compie il miracolo di Torre, quello della fata Morgana: il tuo passato, il presente dei tuoi figli, il futuro dei tuoi nipoti svaniscono, tutto sparisce e resti solo tu, nel tuo mare che era, è e sarà, che ti avvolge con i misteri della sua profondità che non ti fa paura , mentre le gocce di pioggia  ti portano il profumo arcano delle nuvole che hanno deciso di diventare pioggia proprio qui, per regalarti, insieme al sale del mare, un attimo di eternità.

E che i figli scuotano pure la testa. Capiranno, forse, domani, visto che  sono torremarini veri.

 

Testo Patrizia Lotti

Fotografie di Giancarlo Guerreri

 

 

     

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Articolo pubblicato il 21/07/2020