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Ricordando il Cavalier Vittorio Dolza, gran Maestro delle Moto Guzzi e icona di una Torino dall’accento piemontese
Diapositive di un tempo passato troppo in fretta, quando la motocicletta era uno stile di vita e certi personaggi “antichi” erano maestri di signorilità
Articolo di Carlo Mariano Sartoris
Pubblicato in data 03/04/2023

Il 26 febbraio 2023 è venuto a mancare Vittorio Dolza, leggendaria figura del motociclismo torinese, per oltre settant’anni rinomato punto vendita e storica officina, dapprima Moto Guzzi, quindi, in tempi più recenti Honda, e infine BMW.

Nonostante il logo “Dolza”, per esigenze di mercato si sia legato ad altri costruttori, nell’immaginario dei torinesi, e non solo, Vittorio Dolza è rimasto il Re delle Moto Guzzi, designato Cavaliere dal Presidente Francesco Cossiga proprio per i meriti legati alla storica casa motociclistica italiana. Inoltre, per i bikers diversamente giovani, Vittorio Dolza è tra i protagonisti di uno scenario più vasto e folcloristico, tipico di un’epoca e della città.

 

Diapositive d’un tempo in cui si aveva meno, ma si rideva di più, e il frullare di una moto catturava l’occhio, suscitando attenzione per un simbolo di libertà al centro dei desideri, dell’interesse e del folclore. Epoca d’oro per le due ruote, simbolo di sportività e diffuso mezzo di trasporto popolare.

Passioni nate nel primo dopoguerra, figlie di un’Italia in orgogliosa rinascita che conquistava il mondo anche nelle gare di velocità. Tempi della mobilità di massa e di un miracolo italiano, ahimè di breve durata.

Ricordare Vittorio Dolza dunque, è più di un omaggio, è un consegnare alle nuove generazioni la memoria di un’Italia patria dei motori e di una Torino com’era: cortili odor di fabbrica e di officina. E infine, è un momento personale, poiché feci la sua conoscenza quand’ero ancora quasi un “masnà”.

Quando conobbi Vittorio Dolza (“Toju”) io ero il “bocia” nella tipografia che portava il nome di mio padre e Vittorio, classe 1930, era un titolare della storica concessionaria Moto Guzzi “Gamba e Dolza” di Torino che, dal dopoguerra, trattava le leggendarie motociclette italiane nella sede di via Palestrina. Due esercizi a 100 m di distanza, con corso Giulio Cesare a far da spartiacque.

Vittorio Dolza aveva il volto forte, lo sguardo sorridente e sicuro di sé; si muoveva con garbo e parlava senza alzare il tono, con quel modo di fare di chi sa quel che dice e quello che fa. Quando andavo in officina per qualche scusa o commissione, poi stavo meglio, avevo visto e respirato quegli oggetti del desiderio che, per buffo andare del destino non avrei mai comprato, optando per moto di altre marche, più per fatti occasionali che per effettiva preferenza.

A quel tempo Vittorio Dolza era già un personaggio leggendario. Quando nel 1965, al salone di Milano fu presentata la prima Guzzi V7 di 700 cm³, capostipite di tutte quelle che in seguito saranno definite “maxi moto”, fu l’alba di una nuova era. All’epoca Vittorio Dolza passò alla storia per un’epica sfida sulle strade della Liguria tra una Fiat 124 sport e la nuova Guzzi. Un confronto illustrato anche da alcune riviste. La vittoria della V7 fu schiacciante e il pilota era Vittorioso di nome e di fatto. Ai giorni nostri sarebbe un improponibile confronto, punibile con la multa capitale e lo strappo della patente. A quel tempo fu un evento seguito e popolare; si poteva fare, si viveva in un'altra realtà, più libera e divertita.

Intanto, nel 1974 la concessionaria Dolza si era spostata in via Gottardo. Anni di nuovi modelli, di De Tomaso e il connubio con Benelli, quindi con la Honda, diventando multimarca e perdendo un po’ della sacralità storica legata al marchio dell’aquila e al motore 90° a V. L’austera BMW si sarebbe avvicendata molto più avanti.

Qualsiasi modello fosse in mostra, l’elegante concessionaria Dolza di via Gottardo è sempre stata un tempio delle due ruote, dove recarsi anche solo per sbirciare tra le novità allineate nelle luminose vetrine. Un saltuario pellegrinaggio e un amichevole pretesto per render visita anche al patriarca e ai suoi rampolli, talvolta intenti ad armeggiare tra valvole e pistoni, in cerca di un CV in più nel Le Mans “della casa” o di qualche cliente.

Qualche volta il frontespizio del fabbricato diventava luogo di ritrovo e di partenza per escursioni verso i passi alpini o danze tra le curve delle Langhe; il mare o un raduno solo buone scuse per calcare le statali di collina. Percorsi consacrati al dio della danza che ogni discepolo della motocicletta venera & santifica, ricavando benefici per il fisico e la mente.

Non ho condiviso gite con Dolza & C, soprattutto a causa di un “intoppo” personale, ma negli anni 70, scavalcando il passo del Monginevro, e un’altra volta sul colle di Cadibona ho avuto l’occasione di accodarmi con deferenza al V7 sport di Vittorio, osservandolo “portare” con eleganza e con profitto, allungando le marce senza mancare di rispetto al motore, facendolo cantare roco nel salire di giri e respirare nel rilascio, senza strappi, con armonia. Come uno è di natura, guida e si comporta nella vita.

Ogni motociclista lo sa, la strada è una palestra di meccanica psicologia che mantiene giovani e salva l’animo dalla piatta quotidianità. Effetti da cui Vittorio Dolza ne ha tratto grande beneficio, poiché, come riporta la leggenda, a 88 anni cavalcava ancora le motociclette con la consueta padronanza.

Chissà con che moto ci si sposta nell’aldilà; qualunque sia, l’anima del Cavalier Toju saprà come divertirsi. Di lui si chiacchiera tra motociclisti "vintage". Il volto che ritorna in mente è rossiccio di capelli, sornione e sorridente; ogni commento è sempre espresso con rispetto e nostalgia, ricordando quando la passione per la moto era un’epidemia, 70 CV erano già tanti, e quei limiti di velocità che abbiamo adesso, e autovelox e dossi, sarebbero suonati come una bestemmia eretica, da chiamare un esorcista.

foto di amici e della famiglia, alla quale va ogni vicinanza

 

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